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Il progetto prevede il «tombamento» di 440 mila metri quadri di mare e
l’ingresso di grosse navi portacontainer. Ma così delfini e cetacei se
ne andrebbero e la mitilicoltura sparirebbe Cemento per il nuovo porto, a rischio il golfo dei Poeti La Spezia: protestano le associazioni dei cittadini. Il ministro Matteoli, per ora, ha fermato il dragaggio |
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DAL NOSTRO INVIATO LA SPEZIA - Da Portovenere a Lerici, le due estremità del Golfo della Spezia, sono 8 chilometri. Lord George Byron, dice una lapide, se li faceva a nuoto con ardimento e godimento. Del coraggio natatorio del poeta romantico ancora oggi si dubita, non però del suo godimento, in mezzo a tanta bellezza. Bene. Adesso, come in un videogioco, nell’incantevole scenario dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità, inserite: 440 mila metri quadrati di cemento per ampliare il porto, «tombando» (è il termine tecnico), una eguale superficie di mare; 200 mila metri cubi di fanghi tossici (metalli pesanti e idrocarburi), qualcosa come 26 palazzi di 5 piani, dragati dal fondale per rendere più profondo il mare e far entrare nel golfo decine di supercontainers, lunghi ognuno più di 300 metri. Navi alte dieci piani, con 6-7000 containers a bordo, invaderebbero il golfo, «murando» la città e togliendole la vista del mare. I delfini e gli altri cetacei che qui hanno ancora un loro angolo di paradiso dovrebbero cambiar aria o perire. La mitilicoltura sparirebbe. La corrente marina, lo si vede dalle foto satellitari e lo documenta uno studio di Legambiente, trascinerebbe i fanghi tossici a spalmarsi proprio sul litorale delle Cinque Terre: Riomaggiore, Manarola, Vernazza, Corniglia e Monterosso, non risparmiando nemmeno Portofino. Il turismo non avrebbe più senso. Ma non è finita. I container movimentati nel porto della Spezia passerebbero dagli attuali 900 mila a 2 milioni e mezzo. E questo vuol dire tanti altri tir, oltre ai tremila che ogni giorno attraversano la città per via San Bartolomeo, regalando polveri letali ai polmoni dei 95 mila spezzini, che già hanno il triste primato europeo di ammalati di mesotelioma. E i vantaggi? Tra i 600 e i 700 nuovi posti di lavoro, da qui al 2010, promette il nuovo piano regolatore dell’Autorità portuale, che di questo «cambiamento» è l’alfiere. Il progetto è imponente e deve aver spaventato anche quelli che insieme con l’Autorità portuale l’hanno approvato: praticamente tutti, sindacati compresi. Soltanto Roberto Lamma, consigliere comunale, ha votato contro, e tutti l’hanno guardato come un pazzo. Ma insieme alle preoccupazioni per un futuro così combinato, è stata l’opposizione della gente, a cominciare dagli ottomila dei quartieri Canaletto e Fossamastra, a frenare la corsa verso la trasformazione del Golfo dei Poeti in una realtà portuale alla maniera di Rotterdam e Amburgo. Venticinque associazioni si sono riunite nel coordinamento «Fronte del porto» e da alcuni mesi, grazie anche alle idee del regista Luigi Faccini e dello scrittore Marco Buticchi, non mollano la presa. Ma i lavori sono cominciati lo stesso, anche se per «soli» 140 mila metri quadrati (sono stati già «tombati» i primi 70-80 mila). L’obiettivo è sempre quello, portare nel Golfo le navi supercontainers. Ma, per farlo, occorre dragare il fondale, che è l’operazione più pericolosa. Tanto che lo stesso ministro per l’Ambiente, Altero Matteoli, ha bloccato chi aveva fretta di dragare. «Sui dragaggi portuali - ha detto il ministro - il nostro Paese per troppo tempo è andato avanti con decisioni ad hoc, senza regole certe e uguali per tutti. E’ tempo di cambiare». Una doccia fredda per Giorgio Santiago Bucchioni, presidente dell’Autorità portuale, che è stato nominato nel ’96 dal ministro Claudio Burlando (Ds), ma che fa riferimento al centrodestra. Come anche per il sindaco della Spezia, Giorgio Pagano (Ds), sostenitore come Bucchioni del «dragaggio fatto bene». L’escavazione dei fondali è il più forte punto di contrapposizione tra Comune e Autorità portuale da un lato e associazioni, intellettuali e studiosi dall’altro. «Su questo non ci possono essere "accordi" perché il Golfo ne verrebbe sconvolto», dice Franco Arbasetti, che forse non conosce tutti i poeti del golfo, ma conosce come pochi il mare della Spezia. Arbasetti non è uno qualunque. E’ stato un leader sindacale operaio, giù al porto, e gli costa non allinearsi, oggi, alla linea ufficiale del suo partito e del sindacato. «Questa città è stata la capitale della rottamazione e decoibentazione delle navi contenenti amianto - continua Arbasetti - e ha scoperto troppo tardi che in mare, filtrando attraverso il sottosuolo, finiva il percolato dei rifiuti tossici e nocivi delle decine di discariche a monte, in località Pitelli». Il sindaco Pagano invece è ottimista. «Tombando 140 mila metri quadrati - dice - riusciremo a coniugare le esigenze del porto con quelle del turismo. Svilupperemo anche la nautica da diporto e batteremo Viareggio». E il dragaggio? «Dipende da come si fa - risponde Pagano -. Ma se il pericolo è "risvegliare il can che dorme", questo deve dircelo il ministero». Ma il ministero, finora, di fronte a studi, tabelle di dati e «biografia» del Golfo che sono arrivati anche a Bruxelles, sui tavoli del presidente della Commissione Europea Prodi e del Commissario Wallstrom, si è ben guardato dal concedere un positivo «Via» (la Valutazione di impatto ambientale). «Lo farà, lo farà - sorride Bucchioni, presidente dell'Autorità portuale -. Anche perché con il dragaggio, al contrario di quanto sostengono gli ambientalisti, si ripulirebbe il golfo». Rischi, secondo Bucchioni, non ce ne sono. Anche se lascia esterrefatti il modo in cui parla del golfo. «Questo è un golfo morto dal punto di vista biologico - dice -, per la sua storia degli ultimi 150 anni. E poi non capisco perché si deve considerare il turismo come la Madonna, e non se ne possa parlar male. Invece no, anche il turismo inquina. E continua a fare di noi i camerieri dell’Europa». «Quest’idea è assurda. I paesi dell’interno diventerebbero un solo grande retro-porto, come a Rotterdam», replica Giorgio Pizziolo, urbanista dell’Università di Firenze. Per la verità, qualcosa del genere, qui, già c’è. E’ Santo Stefano di Magra, che per essere sommersa dai containers tutti chiamano «la città di ferro». Lo scrittore Giovanni Giudici, nel suo «eremo» delle Grazie, a Lerici, scuote il capo: «Io sono molto vecchio e ricordo che, ai tempi in cui si scriveva la Costituzione, l’articolo che dice "La Repubblica difende il paesaggio" fu molto deriso. Oggi, cari miei, c'è ben poco da ridere». Carlo Vulpio |